- GIULIANO PALADINI, L'UOMO LA TERRA E LA STORIA
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1 febbraio 2009
di Claudio Alessandri
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L’aereo volava alto nel cielo, prossimo al tramonto, come una “scheggia” argentea, a volte fulminata dai raggi scarlatti, a volte occultata da nubi immense, bianche, spumose, che impedivano la vista del lontano orizzonte confuso, quasi indistinto, fra terra e mare. Sotto di noi scorreva il paesaggio incantato tra Toscana e Romagna. Da quell’altezza gli “aspri” Appennini ed i profondi calanchi che mostrano le rughe lasciate da mari preistorici, perdevano la loro “arrogante” altezza, in una visione prospettica che tutto trasformava in un’immensa pianura, divisa in un’ordinata scacchiera di vari colori: verde brillante di vigne allineate, verde cupo di fieno odoroso, giallo acceso di girasoli e, qua e là, piccoli laghi brillanti. A quella visione, il rombo monotono dei motori, scomparve dai miei sensi; chiusi gli occhi e fu allora che rividi i dipinti di Giuliano Paladini, da me osservati tempo prima. I dipinti di Paladini, autodidatta toscano, non hanno alcuna pretesa culturale, anzi, con semplicità ed una dolcezza innate nell’intimo del personaggio, rappresentano ciò che colpisce poeticamente il suo animo; ed è con estremo pudore che identifichiamo le sue opere come appartenenti alla vasta corrente “neo espressionista”, quasi limitassimo un’espressività che, pur basandosi sull’osservazione del mondo e delle cose degli uomini, esprime principalmente l’aspetto pregnante della fatica, di una vita scandita dall’alternarsi coerente delle stagioni, legate indissolubilmente ad una terra che è vita, è dolore, è tradizione di una civiltà antica che, a poco a poco, scompare, lasciando in vuoto incolmabile d’affetti, di sentimenti semplici che contraddistinguono gente che della pazienza ha fatto una filosofia che consente fatiche inenarrabili e amori profondi. ![]()
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