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- GIUSEPPE PITRE'. UNA VITA DEDICATA AL FOLKLORE SICILIANO. -

8 marzo 2010

di Claudio Alessandri

Giuseppe Pitré dedicò la sua esistenza alla ricerca dell’anima siciliana, sprofondando con mani febbrili, ma guidate da un vivissimo ingegno, nelle viscere della sua gente, riportando alla luce tradizioni remote che, senza la sua instancabile opera, sarebbero andate smarrite per sempre.
Seppure costretti nei limiti di spazio e di conoscenza, cercheremo di far rivivere la curiosità dei lettori, perché questi, una volta lette le nostre brevi note, vadano alla ricerca degli scritti di Giuseppe Pitré e da essi possono trarre lo spunto per riscoprire un mondo dimenticato eppure ancora straordinariamente vitale nelle tradizioni del nostro popolo, ingenue, profondamente umane, incredibilmente attuali.
Alla “sua” Palermo Giuseppe Pitré dedicò i due volumi di “Palermo cento e più anni fa”, i saggi “Giovanni Meli medico e chirurgo” ed “Il Soggiorno di W. Goethe in Palermo” e la sua monografia piena di notizie curiose “Medici, chirurghi e speziali in Sicilia”  ed infine “Del Santo Ufficio ed un carcere di esso” scritto nel 1906 per illustrare i disegni e le iscrizioni che i prigionieri avevano graffiato sui muri delle antiche celle del Palazzo Chiaramonte di Palermo”. Si tratta di una pagina inedita della storia della Inquisizione che servì a gettare un raggio di umanità in quegli ambienti disumani, anche qui lo spirito popolare rivive in immagini e frasi dolenti, una testimonianza crudele da non dimenticare.

Molti di questi scritti serviranno in seguito a studiosi e scrittori come spunto alle loro opere, miniere senza fondo dalle quali poter cavare a piene mani ed in alcuni casi con grande profitto per la conoscenza divulgativa.
Anche quando Pitré si discosta apparentemente dallo spirito popolare è sempre ad esso che guarda, nei suoi volumi “Palermo cento e più anni fa” si ha l’impressione che lo studioso abbia voluto legare assieme dei capitoli, ciascuno dei quali contiene un esame minuto e dettagliato di questo o di quel particolare avvenimento che non è affatto storia, ma cronaca.
Pitré ci accompagna in giro per Palermo, riscopre i vecchi bastioni, le antiche porte, ma ecco che, dopo un rapido sguardo all’architettura della città egli si inoltra nella vita pubblica, presentandoci l’antico Senato con i suoi magistrati. Un altro esame dettagliato è dedicato ai viaggi ed ai mezzi di trasporto, poi si introduce senza far rumore nei salotti della nobiltà, assiste alle partite di gioco, alle conversazioni, ai balli, ai pranzi.
Penetra poi, questa volta senza riguardo alcuno, nei misteri dei conventi che ospitano frati e monache, ma accanto a questa vita, mentre nei salotti fervono le conversazioni e nei conventi le monache tramano imbrogli, fuori ferve rigogliosa un’altra vita, quella del popolo, il quale alle villeggiature ed ai balli dei nobili preferisce le ingenue rappresentazioni dei casotti, le cosiddette “vastasate”.
Ed è il popolo, quasi considerato come uno sfondo su cui si adagiano visioni particolari, è sempre presente nei capitoli del Pitré, si sente che lo studioso anche in tali ricerche è mosso non solo dal desiderio di conoscere l’indole ed i costumi del suo popolo, ma anche dalla necessità di fissare con sensibilità storica il passaggio da una età all’altra, il crollo di tutto un mondo, ormai vecchio, rinnovato dalle linfe che emergono, appunto, anche dai ceti più umili.
Era la Sicilia con le vecchie idee e coi suoi vecchi costumi, che scompariva. Ed era il Risorgimento con la sua nuova epopea che si affacciava.
Nelle modeste poesie che il popolo allora creò o comunque accolse e cantò, fatti storici anch’essi, Pitré ricerca questa epopea”. (Pitré la Sicilia e il folklore – Giuseppe Cocchiera – Casa Editrice G. D’Anna – capitolo terzo pag. 54.55).
L’ultimo volume con il quale Pitré chiedeva la sua “Biblioteca” è il documento più significativo che lo studioso ci abbia lasciato. “La famiglia, la casa, la vita del popolo siciliano”, non è infatti una coagulazione delle tradizioni del suo popolo, ma bensì un testamento prezioso dal quale le generazioni future potranno attingere  l’insegnamento prezioso del “Maestro” e da esso possano trarre l’esatto spunto per seguire il cammino da lui già tanto faticosamente tracciato.
“Il prezioso tesoro delle tradizioni popolari, ormai è salvo”; così Pitrè osservava nella dedica con cui si apriva quel volume, ma perché le sue parole si avverassero era necessario che tutto il lavoro del grande studioso palermitano fosse raccolto, ordinato in un museo e fu così che nacque il Museo Etnografico Siciliano.
L’organizzazione di tale Museo che costituì una delle sue più appassionate fatiche, fu iniziata in due esposizioni, di cui ci rimangono i cataloghi, compilati dallo stesso Pitré. Il primo “Descrizione dei costumi ed utensili siciliani mandati all’Esposizione Industriale di Milano”, edito a Palermo nel 1883, si trattò di una rassegna dettagliata e minuta di alcuni costumi e manufatti siciliani raccolti alla buona, senza un preciso criterio.
Di tutt’altro genere invece il catalogo della “Mostra Etnografica Siciliana” edito a Palermo nel 1892, in occasione dell’Esposizione Nazionale a Palermo, dove trovavano posto “parecchie migliaia di oggetti relativi ai costumi ed agli usi del popolo siciliano”.
Il Museo fu originariamente ospitato in quattro salette  di un edificio scolastico (l’ex convento dell’Assunta in via Maqueda) che il Comune di Palermo gli aveva destinato nel 1909.
Nel 1910, Pitrè, divenuto direttore di Museo, del suo Museo, si trovò davanti ad una sorta di difficoltà, non ultima, la ristrettezza dei locali. Queste difficoltà furono risolte, in parte, dopo la sua morte ed il Gentile nota: “Soltanto dopo la  morte del suo creatore che Palermo ha saputo trovare” al Museo Etnografico Siciliano “ sede degna dell’amore di cui era nato e dell’idea che vi è incarnata”.
Noi aggiungiamo che se dovessero rivivere oggi Pitrè e Gentile, rimarrebbero delusi nel vedere il Museo Etnografico Siciliano che ha sede in alcuni locali adiacenti alla Palazzina Cinese nel Parco della Favorita, quasi reietti ai palermitani la cui  noncuranza offende la memoria di un grandissimo studioso che dedicò la intera vita allo studio ed alla ricerca delle tradizioni del suo popolo, non si trattò del cieco fanatismo del collezionista di curiosità, ma l’amorosa premura di un padre che sonda i più segreti e gelosi sentimenti dell’animo delle sue creature perché dal suo esempio i suoi figli traggano profitto per la vita a venire.

- GIUSEPPE PITRE'. UNA VITA DEDICATA AL FOLKLORE SICILIANO. -