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- FEDERICO II E I DUE FRATELLI PISANI -

31 dicembre 2008

di Claudio Alessandri

Due fratelli avevano banco e mercanteggiavano col Levante. I loro fondachi erano ricchi di panni fiorentini e di sete orientali; di droghe e di legni odorosi; ed erano l’ammirazione e l’invidia di tutti gli altri mercanti, i fondachi dei quali erano numerosi lungo la via Marmorea. Bella via, la Marmorea! Correva quasi diritta dall’estremo limite della Falcia, la contrada magnifica murata dinanzi al castello reale, fino alla torre di Baich o dei Patitelli, spartendo in due la vecchia Palermo; ed era lastricata di marmi, e di qua e di là fondachi e botteghe, palazzi e chiese.

Di qua il Duomo, simile a un castello merlato; più in giù il monastero del Salvatore, e poi la casa del Saraceno, e la chiesa di S. Antonio… I fondachi dei due fratelli si aprivano quasi l’uno di fronte all’altro, nei pressi della Porta di mare; ragione per la quale si guardavano con occhio invidioso, contendendosi gli avventori, spesso le contese si tramutavano in liti, con contorno di ingiurie e minacce e imprecazioni.

Il loro padre, mercante pisano, che aveva ottenuto qualche privilegio dal buon Guglielmo, ed era stato uno dei fautori di Arrigo di Svevia, credendo di provvedere all'armonia dei due figli, divise in parti uguali il suo patrimonio e la sua clientela; e se ne andò all’altro mondo con l’animo leggero, sicuro che il buon Dio lo avrebbe accolto benevolmente. Ma non s’era chiusa ancora la sua tomba, che i due fratelli avevano trovato una ragione di dissidio, a proposito di una partita di panno sciamito arrivata in dogana da alcuni giorni. Cominciarono a litigare fra loro; naturalmente non si trovavano d’accordo. Ricorsero ai giudici della città.

La storia non dice se gli avvocati di quel tempo somigliavano a quelli di oggi, almeno nel cercare cavilli e raggiri per tutelare gli interessi dei loro difesi. Certo allo studio di Bologna, dove si addottoravano, imparavano tutte le distinzioni e le sottigliezze dei commentatori delle pandette; e pare anche più certo che conoscevano profondamente l’arte di far durare le liti civili così lungamente da poter essere legate in testamento per parecchie generazioni.

I giudici del pretore (a quei tempi veramente si chiamavano baiuli, alla maniera bizantina), non somigliavano ai giudici di oggi. Nessun ministro aveva forse pensato alla riforma giudiziaria, ed essi non avevano ancora protestato per l’aumento dello stipendio. E si industriavano in un modo semplicissimo, che consisteva nel sollevare grandi difficoltà e far credere perduta la causa a ciascuna delle parti. Andava il fratello numero uno, e i giudici, stringendosi nelle spalle, con una espressione di rincrescimento, dichiaravano che le ragioni del fratello numero due erano irrefutabili, e che c'era poco a sperare.

La stessa sera qualche pezzo di panno usciva dal fondaco e spariva nella casa dei degni magistrati.

Il domani il fratello numero due si recava a sua volta a sollecitare i magnifici signori giudici; la scena si svolgeva tale e quale, e la sera qualche sacchetto di tarì dalle mani del cliente passava in quelle dei giudici.

La lite non procedeva di un passo; i fratelli ritenendosi ciascuno sicuro per conto suo della vittoria, profondevano denari e stoffe, e non si accorgevano di una cosa semplicissima, che i fondachi a poco a poco si svuotavano, e il denaro si assottigliava. L’uno e l’altro si consolavano all’idea che un bel giorno avrebbero ricolmato i vuoti con le ricchezze del vinto. E con questa speranza essi continuavano a litigare, i giudici e gli avvocati continuavano a intascare, fino a che un bel giorno i due fratelli si videro invasi i fondaci dagli ufficiali della legge, e divennero poveri poveri, e col rischio di andare in prigione.

Furono dichiarati falliti, e condannati alla pena ignominosa che le leggi statuivano per i mercanti falliti. Condotti dinanzi al palazzo del comune, e denudati dalla cintola in giù, furono più volte fatti sedere a viva forza sopra un lastrone, che si chiamava la pietra della vergogna; donde il motto proverbiale col quale si esprime il cadere in povertà.

I poveri litiganti allora soltanto apersero gli occhi e si accorsero del baratro nel quale erano caduti per la loro cecità. I tre giudici si erano ingrassati come tre capponi; pareva che le loro pancette scoppiassero sotto il farsetto; mentre i due disgraziati si erano ridotti a chiedere per carità un tozzo di pane.

articolo del 31.12.08 siciliainformazioni

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